Smettiamola di chiamarle Esigenze Speciali
Mi sono ritrovata a scrivere nella descrizione di un mio progetto che questo era stato fatto per una cliente con “esigenze speciali”.
Ma queste due parole mi hanno disturbato.
E ho iniziato ad interrogarmi sul perché.
Perché usiamo le parole “esigenze speciali”?
Ovviamente e banalmente le usiamo per indicare (in modo carino) qualcuno con esigenze diverse dal comune, particolarità fisiche o mentali limitanti.
Cerchiamo di mettere un fiocchetto a qualcosa di negativo, a volte è una disgrazia, altre volte invece è una malattia dalla nascita e a noi non piace mai chiamarla per quello che è e ci difendiamo come possiamo.
Le parole “speciali”, “diversi”, “particolari”, “diversamente abili”, e potrei andare avanti per un po’, sembrano Inclusive ma in realtà rafforzano l’idea che esiste una norma e qualcosa fuori dalla norma, ma lo fanno in modo carino.
Ma le parole che usiamo creano separazione, anche quando vogliono essere gentili.
E io vorrei tanto eliminare e cancellare proprio quella linea di separazione, magari bastasse una semplice gomma o Photoshop.
Vorrei poter cambiare il linguaggio e la cultura qui ed ora ma purtroppo per lavoro ho bisogno di far capire quello che faccio in modo immediato, di farlo arrivare subito e quindi mi ritrovo a usare parole che non sento mie.
Uso un linguaggio “vecchio” per spiegare un’idea “nuova”.
Io non progetto per persone “speciali” in questo senso, piuttosto progetto semplicemente spazi su misura per chiunque (come fa qualsiasi altro mia collega).
Progetto case nell’immobiliare semplicemente pensate bene che funzionano per chiunque, tenendo in considerazione anche, quella che viene ancora considerata una “categoria” di persone.
Quasi mai considerata in nessun modo in uno spazio pubblico e privato.
Si continua a farla rimanere “categoria” in quanto gli si dedicano pochi spazi specifici e si pretende anche l’applauso per questo.
Quanta rabbia mi fa provare questa cosa.
Tutti hanno esigenze “speciali”, quindi nessuno lo è in modo separante.
Quando noi professionisti progettiamo per le persone entriamo nella loro sfera personale e assecondiamo le loro particolarità senza giudicarle.
Progettare è sempre un attimo intimo e su misura, non un ‘eccezione.
Allora perché quando si parla di disabilità lo chiamiamo “progetto speciale”, mentre per tutti gli altri lo chiamiamo semplicemente “progetto”?
Ognuno di noi ha esigenze specifiche in fondo: c’è chi vuole la cucina aperta, chi odia i tavoli, chi ha bisogno di silenzio, chi di luce, chi di meno luce, chi di appoggi, chi di spazi grandi, chi di spazi piccoli, chi può stare senza bidet, chi prova disagio solo a pensare al doccino al posto del bidet, chi ha paura di un colore, chi vorrebbe tutta casa colorata e così via…
Parte del lavoro di noi professionisti è assecondare le loro particolarità senza giudicarle.
Per Tutti.
Allora perché alcune esigenze le chiamiamo “speciali”?
Non sono speciali.
Sono semplicemente esigenze.
Tutti abbiamo esigenze diverse, alcune sono più evidenti, altre meno.
E un progetto fatto bene, per come la vedo io, dovrebbe saper rispondere a tutte, senza creare categorie.
Quindi metto in discussione il modo un cui definiamo la normalità del progetto.
Io non progetto eccezioni.
Io progetto normalità fatte bene.
Il giorno in cui smetteremo di usare certe parole,
forse smetteremo anche di vedere certe differenze.
E non perché non esistano,
ma perché non saranno più barriere.
Saranno semplicemente parte di chi siamo.
Tutti.